Per questa nuova recensione parliamo di un altro fantasy, 'Gli eredi di Coeter' di Matteo Daniele Gualtieri!
Titolo: Gli eredi di Coeter - Promesse e fantasmi
Autore: Matteo Daniele Gualtieri
Formato: cartaceo (brossura), ebook
Edito da: Editrice GDS
Genere: Epic fantasy, sword&sorcery
Pagine: 566
Prezzo: 22€ cartaceo, 3,49€ in Ebook
Trama
Le Grandi Nazioni del continente di Coeter vivono una pace apparente,
garantita da labili alleanze e un precario equilibrio. Equilibrio che
rischia di essere stravolto da un oscuro complotto. Protagonisti ignari
sono Eruner e Aider, due giovani guerrieri della Gilda Unita che
scopriranno presto che dietro la trappola ordita alle loro spalle si
cela qualcosa di più grande. Qualcosa che ha scoperchiato una serie di
intrighi e giochi di potere che potrebbero spezzare per sempre il filo
sottile che lega le Grandi Nazioni. Tra cospirazioni di palazzo,
alleanze imprevedibili e vili tradimenti, il destino di Coeter è nelle
loro mani.
Prima di cominciare con la recensione vera e propria è giusto fare una precisazione: questo è il primo capitolo di una trilogia fantasy. Non è classificabile come fantasy classico quanto piuttosto come epic fantasy. I due protagonisti sono Aider e Eruner, entrambi appartenenti alla Gilda Unita. Il romanzo inizia proprio con una missione appena affidatagli: dovranno infatti ricercare un uomo e ucciderlo sul posto. Sanno che gli ordini non si trasgrediscono e anche se, durante una ricognizione, qualche dubbio li affligge, faranno di tutto per portare a termine il loro compito.
Sarà proprio da questo momento che i due si ritroveranno invischiati in qualcosa che non avevano previsto, un raggiro che li ha fatti cadere in una trappola che potrebbe pericolosamente diventare mortale. A questo punto starà ai due riuscire a cavarsela e scampare alla morte, in un momento in cui si cominciano a conoscere diversi personaggi e capire chi tra di loro può essere un probabile traditore.
Come già detto in altre recensioni quando ci sono situazioni del genere mi piace sempre mettermici d'impegno per cercare di arrivare alla soluzione. Anche stavolta ovviamente avevo i miei dubbi, eppure non ero totalmente convinta. Durante il finale, quando si viene a scoprire questo particolare, sono rimasta decisamente impressionata e devo dire che non me lo aspettavo per come il personaggio si era proposto al lettore. Non è ovviamente un fattore negativo: se fosse stato facile immaginarselo, se ci fossero stati troppi indizi e dettagli palesi non sarebbe stato, appunto, impressionante.
E quindi devo dire che sul fattore sorpresa sono rimasta colpita in modo positivo.
La cosa bella di questo romanzo, e che comunque riprenderò più in là per parlarne più nel dettaglio, è che è un susseguirsi di eventi che sempre tengono accesa l'attenzione del lettore. Certo, ci sono capitoli in cui non c'è un episodio d'azione ma sono capitoli che ci introducono nel modo corretto in quello che sta per succedere e che quindi, nonostante la calma apparente, rendono comunque il lettore sempre attivo. Ed è questa una cosa che posso assolutamente apprezzare: le azioni non mancano di certo. I personaggi sono continuamente in movimento, passiamo da una soluzione di un caso a un altro, in questo modo il climax non si spegne e non ci sono stati capitoli che ho ritenuto noiosi.
I nostri due eroi infatti si ritroveranno a cambiare spesso: non solo psicologicamente, ma otterranno diversi incarichi e ognuno di essi è una tappa per la loro formazione. Fino a quando non arriviamo nel momento in cui saranno mandati alla ricerca dell'Inviato del Diavolo.
I capitoli finali che appunto si incentrano su questa ricerca 'non stanno fermi un attimo'. Innanzitutto andiamo a conoscere meglio i necromanti e quindi come funziona la magia in questo mondo. Abbiamo già avuto dettagli precedentemente, ma credo che sia proprio in quegli istanti che li vediamo 'attivarsi'. Come detto è il primo di una trilogia fantasy ed è ovvio quindi che abbiamo un finale parzialmente aperto. Perché dico parzialmente? Perché comunque sia il lettore può ritenersi soddisfatto: la ricerca viene completata, scopriamo chi era l'Inviato del Diavolo, perché ha agito di conseguenza e il modo in cui lo scrittore ce lo riporta mi è piaciuto così tanto che ne parlerò più avanti nella parte dedicata allo stile.
Personaggi/ worldbuilding
Perché associo i personaggi al worldbuilding? Perché anche se forse può non sembrare, ci sono tantissimi personaggi e questo perché il mondo che è stato creato è decisamente vasto. Abbiamo infatti tante nazioni con le loro città, province, eserciti, stemmi e via dicendo.
Se ci sono così tante città ci sono ovviamente diversi personaggi che a parte viverci, le amministrano. Quindi ho trovato una cura maniacale nella creazione dei personaggi e del mondo.
Lo scrittore ci fornisce una utilissima appendice alla fine del romanzo: andate a consultarla perché non è semplicemente un elenco di città, nazioni e quant'altro, ma fornisce anche spiegazioni sull'esercito, sullo stemma e c'è anche una lista di curiosità per ciascuna di esse. Io l'ho trovato davvero un ottimo lavoro, fa sentire quanta cura c'è stata e quanto lavoro dietro è stato fatto per la sua creazione. Dà comunque l'idea di un qualcosa che non è stato inventato da un giorno all'altro, è una certezza. Le appendici non devono essere obbligatorie, ma quando ci sono, io le apprezzo sempre. Parliamo quindi dei personaggi: tanto lavoro c'è dietro ai due protagonisti, Aider e Eruner. Il primo è un lupo mannaro e il secondo è chiamato 'Il Diavolo' e questo per un particolare marchio a seguito di una battaglia a cui ha partecipato insieme al suo amato fratello Isil.
Mi piacerebbe spendere qualche parola in più in merito a questa battaglia ma sarebbe troppo spoiler anche se comunque ho un'annotazione da fare e ne parlerò nella sezione dello stile.
Ho letteralmente adorato il rapporto che c'è tra loro due: nonostante infatti i due si conoscano da appena due anni, il loro legame è davvero fortissimo. Un rapporto di vera fratellanza, di reciproco rispetto e affetto. Ogni volta che uno di loro è nei guai, o pensa di non farcela in quella determinata situazione, ecco che il pensiero va subito all'amico con cui tra l'altro condivide un motto!
Questo si sente, si avverte, ed è costruito in maniera esemplare. Anche il loro background è curato. Per alcune cose ci è stato dato un accenno, di cui infatti sono curiosa, e che quindi vedremo nei prossimi libri. Le loro storie sono davvero interessanti: non so infatti dire chi preferisca tra i due. Credo che lo scrittore sia stato così bravo nel descrivere il loro rapporto che non riesco a scegliere proprio perché li vedo troppo come un duo, davvero indivisibili. Quindi il mio apprezzamento va sinceramente per entrambi. Se vi posso dire con certezza che i due protagonisti sono stati creati bene, non significa che non è stata data la stessa cura anche per gli altri. Essendoci tanti personaggi è difficile ovviamente stare dietro tutti eppure riusciamo a riconoscerli, sono distinti gli uni dagli altri. A me è piaciuto tantissimo il personaggio di Shaeros della Luce, inizialmente infatti non riuscivo a inquadrarlo proprio perché avevo intuito che avesse un carattere particolare. E così è stato. Personaggi del genere, un po' camaleontici, mi affascinano sempre, quindi posso dire che è stato uno dei miei personaggi preferiti del romanzo. Menziono ovviamente anche Kayla, il personaggio femminile protagonista, anche chiamata Figlia del Vento. Coraggiosa e molto malinconica, ecco come la descriverei. Incuriosisce subito e volevo appunto scoprire quale fosse il suo passato. Il motivo di questa sua malinconia è condivisa con Eruner e ciò riesce a creare un legame -non per forza d'amore- con lui davvero personale e profondo.
Motivo che sarà anche lo scatenarsi di un loro 'litigio', se così vogliamo definirlo, che creerà un rimpianto per entrambi ma che proprio grazie alla solidità della loro amicizia e dei loro trascorsi riusciranno comunque a superare.
Stile
Parliamo ora dello stile, in questa sezione ho rimandato la discussione su due argomenti. Ma andiamo con ordine: lo stile è diretto, nel senso che non ci sono parole di troppo che affaticano la lettura. Motivo per cui, nonostante le quasi 600 pagine, ho letto in una maniera molto spedita. Ho notato che non vengono utilizzati molto spesso gli avverbi, il che è ottimo! Sono ridondanti e non fate caso a me se nelle recensioni ne abuso, in un romanzo meno ce ne sono, meglio è. A volte ci sono delle ripetizioni che però non guastano la lettura e che comunque scivolano piuttosto bene.
Il ritmo è calzante, un susseguirsi di eventi che riesce a mantenere alta la tensione.
Le due osservazioni che faccio sono le seguenti: ci sono alcuni errori, anche se pochi, e alcuni di questi non li posso considerare nemmeno dei veri e propri refusi, quanto errori di distrazione dato che successivamente non saranno ripetuti. Quindi delle semplici sviste. Gli altri andrebbero corretti invece, ma comunque sia sono pochi. Questo lo dico per non farvi pensare al fatto che sia pieno zeppo, perché assolutamente non è così. La seconda cosa è sullo show don't tell, al quale mi voglio ricollegare quando ho menzionato il personaggio di Eruner e la battaglia che ha dovuto affrontare contro Suffrix. Questo momento è davvero importante, non solo per conoscere il passato del protagonista, ma anche perché ci offre delle spiegazioni importanti per il proseguimento della lettura. Capisco quindi che deve essere un momento sia di azione, perché c'è una battaglia in corso, sia di spiegazione. Ho notato che a volte l'azione veniva interrotta per fornire la spiegazione, che giustamente al lettore serve! Altrimenti non capisce cosa sta succedendo. Ma consiglierei un maggior utilizzo del 'mostrare', del non avere paura nell'andarci piano. Perché lo dico? Perché lo scrittore è perfettamente in grado di farlo e ne avremo anche la conferma continuando la lettura.
Consiglio sempre, proprio in generale, di non avere fretta nello spiegare una scena. Attenzione: non fretta intesa nel senso letterale, ovvero che la scena è veloce e finisce nel giro di poche righe perché non è così, anzi. Ma alcuni indizi e spiegazioni possono essere dati in modi alternativi senza spezzare l'azione. E lo scrittore lo fa eccome poi: per esempio, c'è un momento in cui Kayla sta ricordando qualcosa e viene usato come pretesto per darci una spiegazione importante. Questo va benissimo. Non stiamo interrompendo niente, anche se detto così può sembrare.
E l'altro esempio è perfetto per ricollegarmi al finale di cui volevo parlare: il mostrato qui è usato benissimo. Abbiamo, per avere le informazioni di cui necessitiamo, un diario. Ho adorato quella parte, è esattamente come dovrebbe essere. Quindi: ci viene fornita una spiegazione con un espediente che va più che bene -mi è piaciuto tantissimo leggere quella parte- senza avere nessuna interruzione e gustandoci la scena nella maniera appropriata.
Questo libro è certamente promosso e ne consiglio la lettura, sono sicura anche voi adorerete i due protagonisti e io sono curiosa di sapere cosa succederà!
La mia votazione è quattro stelle e mezzo, aggiustando queste due piccole cose avremo un cinque stelle piene!
Recensioni, letteratura, consigli di scrittura
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giovedì 22 novembre 2018
venerdì 16 novembre 2018
Recensione: I due regni, la Città Intera I di Alessia Palumbo
Oggi parliamo de 'I due regni, la Città Intera' di Alessia Palumbo!
Titolo: I due regni, la Città Intera, volume I
Autore: Alessia Palumbo
Formato: Cartaceo (copertina rigida e flessibile), Kindle
Edito da: EKT- Edikit
Genere: fantasy, mix tra sword and sorcery e grimdark
Pagine: 603
Prezzo: 18,00€, 2,99€ Kindle
Consigliato: dai 15/16 anni in su
Trama
In un regno devastato dai conflitti fra maghi e guerrieri, la Città Intera è sorta, baluardo nella lotta contro chiunque possieda sangue magico.
In questo scenario si muove Farwel, decisa a riportare pace ed equilibro in un luogo dove imperversa solo timore e morte.
In un fantasy, certamente non canonico, si muove la sfera umana dell’interiorità e di ogni sua sfumatura, non trovando il malvagio o il corrotto in un mostro da debellare o in una antica maledizione che pende sul capo indistinto della razza umana, ma dentro quegli stessi personaggi che creano e distruggono.
Parallelamente alla vicenda, altri filoni narrativi si intrecciano, mostrando eventi del passato privi del dolore della Città Intera, ma carichi già di un nefasto presagio.
Questo è sicuramente un romanzo che si discosta dal fantasy vecchio stile, è cupo, adulto e con concetti interessanti sicuramente non adatti a un pubblico infantile. È quello che considero un dark fantasy, uno dei generi che più mi incuriosisce. Mi piacciono tutte le sfumature del fantasy, dal vecchio stile al dark, ed è sempre un piacere vedere come un autore, in questo caso un'autrice, riesce a dare la sua personale sfumatura a quello che è un genere ampio e complesso.
Trattare certi argomenti è difficile per uno scrittore, ma è proprio trattando temi più delicati che si vede la bravura dell'autore. Di che cosa parla questo libro?
Innanzitutto credo che sia doveroso specificare che si tratta del primo volume di una tetralogia, di cui i primi tre volumi sono già disponibili e i primi due ci arrivano adesso con un'edizione del tutto nuova.
Per facilitarvi vi lascio quest'immagine gentilmente concessa dall'autrice.
Amo le saghe e devo dire che effettivamente, almeno quanto letto dal primo libro, è una storia lunga che merita di essere raccontata. Dall'incipit veniamo a sapere che la Città Intera è sorta contro i maghi. Anche quelli che non hanno mai arrecato problemi a nessuno vengono o uccisi o messi ai lavori forzati, trattati peggio delle bestie. C'è sempre stato un conflitto tra guerrieri e maghi, ma le due fazioni erano riuscite, anche se con difficoltà, a lavorare insieme per poter un giorno combattere in un unico esercito. Le prime distinzioni, anche quando la guerra vera e propria non è ancora scoppiata, le possiamo già notare nell'Accademia dove sia i maghi che i guerrieri si allenano insieme. Infatti, nonostante ciò, le lezioni saranno sempre separate e i futuri guerrieri coveranno comunque un malcelato odio verso i loro compagni maghi. È naturale, si può pensare, che i maghi e i guerrieri debbano imparare cose diverse e che quindi in Accademia vengano divisi, ma anche quando si presenta l'occasione di dover apprendere qualcosa di utile per entrambe le fazioni ecco che le lezioni sono ugualmente separate.
Farwel, la protagonista, ha sempre vissuto con l'idea che un giorno sarebbe diventata una guerriera, onorando così la sua illustre famiglia della Spada Corrosa insieme alle sue migliori amiche. E anche lei è vissuta con il pensiero che hanno tutti i guerrieri, ovvero che i maghi non sono altro che fantocci inutili.
Durante il suo primo giorno all'Accademia però tutto cambia per lei: le viene infatti riconosciuto che ha la magia e che quindi non potrà mai diventare una guerriera come voleva suo padre e come voleva lei stessa. Mi voglio soffermare in particolare su questo momento. Noi sappiamo che Farwel è una maga, ne veniamo a conoscenza sin dal primo capitolo, in cui ci viene presentata una Farwel adulta, che sta scappando dalla guerra che imperversa sulla Città alla ricerca di una soluzione.
Quindi, quando l'autrice ci porta nel passato per mostrarci come tutto per Farwel è iniziato, non siamo sopresi nello scoprire che è, appunto, una maga. Eppure quel capitolo è stato scritto davvero alla perfezione: nonostante sappiamo cosa sta per accadere, lo stile ci fa convivere perfettamente con le sensazioni che Farwel sta provando. L'angoscia, l'ansia, la paura. Nel momento in cui i maestri si stanno avvicinando a Farwel per testare se sia o no una maga vi giuro che avevo il cuore in gola.
Sentiamo perfettamente ciò che prova la protagonista, e dopo la paura iniziale, ecco che subentra il dolore di dover dire addio per sempre al suo sogno e non solo. Anche la sua famiglia, imbarazzata per lei per quel grande disonore che è l'essere maghi nella Spada Corrosa, la abbandona.
Insieme a lei non ci diamo pace: può davvero la sua famiglia abbandonarla per un qualcosa che non ha scelto? E dopo il dolore dell'abbandono ecco che arriva anche la gelosia verso le sue amiche, tutte scelte guerriere. Avvertiamo il senso di oppressione che Farwel prova quando la mattina successiva le sue amiche si svegliano eccitate per il loro primo giorno mentre lei invece non riesce nemmeno ad indossare la sua toga da maga per quanto si sente logorata nell'animo. Scoprire di essere qualcuno che si è sempre odiato non è assolutamente una cosa facile che si supera in poco tempo.
E l'accettazione di Farwel del proprio essere sarà infatti graduale, aiutata dal suo maestro Duncan che le farà scoprire i suoi poteri, i suoi elementi di appartenenza e riuscirà finalmente a farle amare così tanto la magia da rifiutare lei stessa di rivedere quella famiglia che l'ha ripudiata.
Gli anni in Accademia passano, fino a quando tutti i maghi e tutti i guerrieri sono sottoposti alla prova finale che determinerà il passaggio all'essere un vero guerriero per il proprio regno.
Per i maghi la prova consiste nel Rito di Drator, al termine del quale se si avrà vittoria, anche la loro toga cambierà colore, indicando un grado più alto.
Worldbuilding
Prima di continuare vorrei soffermarmi sul worldbuilding riallacciandomi a quanto ho appena detto a proposito delle toghe dei maghi. Si vede che c'è stato un enorme lavoro dietro: sia per quanto riguarda le toghe, molto importanti per i maghi non solo per indicarne il livello ma anche per ciò che hanno appreso, sia per quanto riguarda l'Accademia stessa.
Ho trovato bellissimo il fatto che ogni volta che un mago scopre e impara un nuovo incantesimo sulla toga si vengono a creare dei nuovi disegni e scritte -che soltanto Duncan è ancora in grado di leggere. Questo fa sì che la toga, oltre ad essere come un'armatura per i maghi, li rappresenti alla perfezione, raccontando tutto il passato del mago. Ciò significa quindi che ogni toga è diversa dall'altra. Farwel, che si ritrova con una magia potentissima, ha dei disegni diversi rispetto agli altri maghi sin dal primo giorno in Accademia. Per questo ha l'ansia quando si diletta a studiare incanti proibiti, perché sa che imparandoli potrebbero formarsi nuovi disegni sulla sua toga.
Anche l'Accademia ha le sue regole, nulla è lasciato al caso o all'immaginazione del lettore: ci vengono infatti spiegati quanti anni occorrono per finirla, la possibilità per alcuni guerrieri di andarsene prima con una raccomandazione, la prova finale che spetta agli allievi e cosa succederà subito dopo. Non solo: le lezioni del maestro Duncan non vengono sorvolate.
Insieme a Farwel e i suoi compagni assistiamo agli insegnamenti di Duncan, scoprendo così come la magia viene impiegata, i serbatoi di cui ognuno predispone, venendo così a conoscenza di tutto ciò di cui abbiamo bisogno per comprendere la natura di un mago.
È una cosa che ho apprezzato tantissimo perché mi ha fatto capire quanto l'autrice ci abbia pensato, di quanta passione abbia messo nella costruzione del suo mondo.
Struttura e stile
In questo romanzo ogni capitolo ci mostra un lato differente della storia con l'intenzione, almeno credo, di riunirsi nei libri successivi. La cosa certa è che hanno la funzione di fornirci un quadro generale della storia, non facendoci perdere di vista nessun elemento. Abbiamo infatti i capitoli che sono dedicati all'attuale Farwel, desiderosa di porre fine all'annientamento ingiusto dei maghi e di fermare i Custodi, i veri nemici della Città, i capitoli dedicati al passato di Farwel, ai suoi momenti in Accademia fino al momento in cui dovrà affrontare il Rito di Drator e i capitoli che ho trovato più particolari ovvero quelli del principe e di Faervel, di cui abbiamo entrambi i punti i vista.
Chi sono questi personaggi? Sono i protagonisti di una storia d'amore che Farwel sta leggendo e di cui sono sicura avranno un significato particolare che in questo primo volume non è stato ancora spiegato. Sono davvero curiosa infatti! Con questa tecnica, inoltre, non abbiamo i classici errori dei punti di vista ballerini, ma sappiamo sempre chi sta parlando. Una cosa decisamente da non sottovalutare dato che spesso si tende a fare questo errore.
Il romanzo è scritto in prima persona e l'utilizzo che ne viene tratto è ammirevole. Come già detto precedentemente infatti, lo show don't tell è utilizzato alla perfezione. Ogni volta che ci viene presentato un nuovo ambiente, un nuovo evento per il personaggio, avvertiamo le sue sensazioni tramite i cinque sensi. Il che è la maniera ottimale per la descrizione di una scena. Non stiamo soltanto leggendo, stiamo anche vivendo le sensazioni che i personaggi stanno provando.
È uno scoprire e un 'respirare' allo stesso tempo. Su questo punto infatti il mio voto non può che essere un 10/10. Anche i capitoli con meno discorsi diretti e che quindi potrebbero appesantire la lettura, sono in realtà fluidi e assolutamente scorrevoli. Questo perché l'autrice è in grado di immettere nel discorso indiretto sempre dei dettagli curiosi o interessanti che rendono gradevole la lettura anche di una parte più compatta.
Personaggi
Farwel è la protagonista di questo racconto e la cosa importante secondo me, quando si scrive in prima persona e tutto è focalizzato quindi sul personaggio principale, è riuscire a creare un'intesa perfetta con il lettore. Il protagonista e i suoi pensieri non devono risultare fastidiosi o non logici. Il che è chiaro, ma fidatevi che quando questo accade e si sta appunto parlando del protagonista, è difficile se non impossibile continuare la lettura del romanzo. Farwerl non è la classica Mary Sue tanto odiata ormai dalla letteratura fantasy: a parte che, come già detto, l'ottimo utilizzo dello show don't tell ce la fa amare, ma vediamo noi stessi che nulla è regalato per lei. L'estremo sacrificio che compie la annienta proprio in ciò che è lei stessa. Nonostante sappia che ciò che sta per fare potrebbe deviarla, mandarla contro ciò che ama, lei ci prova lo stesso, portando a compimento il desiderio che Diane aveva per lei. Ora, non posso dilungarmi oltre su questo aspetto perché rischierei di fare troppi spoiler, ma è un gesto che la segnerà per sempre. Posso appunto solo dirvi che la intaccherà nell'anima, in ciò che lei è, ed è da questo momento in avanti che il romanzo comincerà a farsi più cupo. Farwel non ha più la sicurezza su nessuno: è completamente da sola. Non c'è il suo maestro, non ci sono le sue amiche e nemmeno la sua famiglia è lì accanto a lei. Tutto ciò che ha lei stessa, fino a rendersi conto che nemmeno quello potrà avere. A questo punto mi immagino quanto possa essere difficile la scrittura di un cambiamento del genere: è un mostrare due lati della stessa medaglia che a lungo andare possono separarsi del tutto. Tutto ciò che lei affronta non sarà più un qualcosa di speciale di cui ne può trarre solo giovamento e insegnamento, ma vedrà davanti a sé pericoli e lotte che la muteranno radicalmente, dolori indicibili e la presa di coscienza che pur di vincere sta combattendo dalla parte 'sbagliata'.
A questo punto sarà interessante vedere come si evolverà questo personaggio che è destinato a non essere più lo stesso: tutto ciò che sta passando, tutto ciò che sta facendo, quanto la cambierà o sconvolgerà se un giorno ne prenderà nuovamente atto?
Sinceramente non vedo l'ora di scoprirlo perché è un argomento molto avvicente, quello dell'identità del protagonista. D'altronde, non c'è storia senza un cambiamento radicale del personaggio cui tutto ruota intorno.
Gli altri personaggi rimangono lo stesso impressi, anche se alcuni sono più marginali. Mi sono piaciute molte le amiche di Farwel. Ero convinta che si sarebbero comportate proprio come le loro famiglie, ovvero che non avrebbero più accettato Farwel come una di loro dopo aver scoperto la sua natura di maga. Invece no, nonostante i pregiudizi che hanno tutti i guerrieri, per la loro amica li hanno messi da parte, supportandola e incoraggiandola. Sono state loro a incitarla nell'indossare la toga, a farla sentire sempre a suo agio anche se ormai non potevano far altro che condividere solo la stanza.
Anche i suoi compagni di Accademia sono stati interessanti e ognuno con una dote particolare. C'è chi ha deciso di continuare e affrontare il Rito, chi ha deciso di non sentirsi ancora sufficientemente pronto. Menzione speciale va per Duncan, il Maestro che è anche un supporto morale per Farwel. Le sue conoscenze sappiamo che sono incredibili, come lo dimostra il fatto che è in grado di leggere ciò che compare sulle toghe dei maghi. Ma non solo, è saggio, calmo e paziente. Ama ciò che fa ed è desideroso di far uscire il meglio da ogni allievo che prende sotto la sua ala. Il rapporto però che ha con Farwel è destinato a subire una trasformazione di cui sarà interessante vedere gli sviluppi nei prossimi libri. Così come infatti non vedo l'ora di sapere di più su Idai.
Ultima menzione che voglio fare è per il padre di Farwel. Speravo che sarebbe successa una cosa simile e quei capitoli sono stati davvero dolci da leggere.
Detto questo credo che sia una saga che ha l'assoluto bisogno di essere letta dagli amanti del genere dark fantasy che hanno voglia di immergersi in una storia differente dalle altre.
Il mio voto è pieno!
Titolo: I due regni, la Città Intera, volume IAutore: Alessia Palumbo
Formato: Cartaceo (copertina rigida e flessibile), Kindle
Edito da: EKT- Edikit
Genere: fantasy, mix tra sword and sorcery e grimdark
Pagine: 603
Prezzo: 18,00€, 2,99€ Kindle
Consigliato: dai 15/16 anni in su
Trama
In un regno devastato dai conflitti fra maghi e guerrieri, la Città Intera è sorta, baluardo nella lotta contro chiunque possieda sangue magico.
In questo scenario si muove Farwel, decisa a riportare pace ed equilibro in un luogo dove imperversa solo timore e morte.
In un fantasy, certamente non canonico, si muove la sfera umana dell’interiorità e di ogni sua sfumatura, non trovando il malvagio o il corrotto in un mostro da debellare o in una antica maledizione che pende sul capo indistinto della razza umana, ma dentro quegli stessi personaggi che creano e distruggono.
Parallelamente alla vicenda, altri filoni narrativi si intrecciano, mostrando eventi del passato privi del dolore della Città Intera, ma carichi già di un nefasto presagio.
Questo è sicuramente un romanzo che si discosta dal fantasy vecchio stile, è cupo, adulto e con concetti interessanti sicuramente non adatti a un pubblico infantile. È quello che considero un dark fantasy, uno dei generi che più mi incuriosisce. Mi piacciono tutte le sfumature del fantasy, dal vecchio stile al dark, ed è sempre un piacere vedere come un autore, in questo caso un'autrice, riesce a dare la sua personale sfumatura a quello che è un genere ampio e complesso.
Trattare certi argomenti è difficile per uno scrittore, ma è proprio trattando temi più delicati che si vede la bravura dell'autore. Di che cosa parla questo libro?
Innanzitutto credo che sia doveroso specificare che si tratta del primo volume di una tetralogia, di cui i primi tre volumi sono già disponibili e i primi due ci arrivano adesso con un'edizione del tutto nuova.
Per facilitarvi vi lascio quest'immagine gentilmente concessa dall'autrice.
Amo le saghe e devo dire che effettivamente, almeno quanto letto dal primo libro, è una storia lunga che merita di essere raccontata. Dall'incipit veniamo a sapere che la Città Intera è sorta contro i maghi. Anche quelli che non hanno mai arrecato problemi a nessuno vengono o uccisi o messi ai lavori forzati, trattati peggio delle bestie. C'è sempre stato un conflitto tra guerrieri e maghi, ma le due fazioni erano riuscite, anche se con difficoltà, a lavorare insieme per poter un giorno combattere in un unico esercito. Le prime distinzioni, anche quando la guerra vera e propria non è ancora scoppiata, le possiamo già notare nell'Accademia dove sia i maghi che i guerrieri si allenano insieme. Infatti, nonostante ciò, le lezioni saranno sempre separate e i futuri guerrieri coveranno comunque un malcelato odio verso i loro compagni maghi. È naturale, si può pensare, che i maghi e i guerrieri debbano imparare cose diverse e che quindi in Accademia vengano divisi, ma anche quando si presenta l'occasione di dover apprendere qualcosa di utile per entrambe le fazioni ecco che le lezioni sono ugualmente separate.
Farwel, la protagonista, ha sempre vissuto con l'idea che un giorno sarebbe diventata una guerriera, onorando così la sua illustre famiglia della Spada Corrosa insieme alle sue migliori amiche. E anche lei è vissuta con il pensiero che hanno tutti i guerrieri, ovvero che i maghi non sono altro che fantocci inutili.
Durante il suo primo giorno all'Accademia però tutto cambia per lei: le viene infatti riconosciuto che ha la magia e che quindi non potrà mai diventare una guerriera come voleva suo padre e come voleva lei stessa. Mi voglio soffermare in particolare su questo momento. Noi sappiamo che Farwel è una maga, ne veniamo a conoscenza sin dal primo capitolo, in cui ci viene presentata una Farwel adulta, che sta scappando dalla guerra che imperversa sulla Città alla ricerca di una soluzione.
Quindi, quando l'autrice ci porta nel passato per mostrarci come tutto per Farwel è iniziato, non siamo sopresi nello scoprire che è, appunto, una maga. Eppure quel capitolo è stato scritto davvero alla perfezione: nonostante sappiamo cosa sta per accadere, lo stile ci fa convivere perfettamente con le sensazioni che Farwel sta provando. L'angoscia, l'ansia, la paura. Nel momento in cui i maestri si stanno avvicinando a Farwel per testare se sia o no una maga vi giuro che avevo il cuore in gola.
Sentiamo perfettamente ciò che prova la protagonista, e dopo la paura iniziale, ecco che subentra il dolore di dover dire addio per sempre al suo sogno e non solo. Anche la sua famiglia, imbarazzata per lei per quel grande disonore che è l'essere maghi nella Spada Corrosa, la abbandona.
Insieme a lei non ci diamo pace: può davvero la sua famiglia abbandonarla per un qualcosa che non ha scelto? E dopo il dolore dell'abbandono ecco che arriva anche la gelosia verso le sue amiche, tutte scelte guerriere. Avvertiamo il senso di oppressione che Farwel prova quando la mattina successiva le sue amiche si svegliano eccitate per il loro primo giorno mentre lei invece non riesce nemmeno ad indossare la sua toga da maga per quanto si sente logorata nell'animo. Scoprire di essere qualcuno che si è sempre odiato non è assolutamente una cosa facile che si supera in poco tempo.
E l'accettazione di Farwel del proprio essere sarà infatti graduale, aiutata dal suo maestro Duncan che le farà scoprire i suoi poteri, i suoi elementi di appartenenza e riuscirà finalmente a farle amare così tanto la magia da rifiutare lei stessa di rivedere quella famiglia che l'ha ripudiata.
Gli anni in Accademia passano, fino a quando tutti i maghi e tutti i guerrieri sono sottoposti alla prova finale che determinerà il passaggio all'essere un vero guerriero per il proprio regno.
Per i maghi la prova consiste nel Rito di Drator, al termine del quale se si avrà vittoria, anche la loro toga cambierà colore, indicando un grado più alto.
Worldbuilding
Prima di continuare vorrei soffermarmi sul worldbuilding riallacciandomi a quanto ho appena detto a proposito delle toghe dei maghi. Si vede che c'è stato un enorme lavoro dietro: sia per quanto riguarda le toghe, molto importanti per i maghi non solo per indicarne il livello ma anche per ciò che hanno appreso, sia per quanto riguarda l'Accademia stessa.
Ho trovato bellissimo il fatto che ogni volta che un mago scopre e impara un nuovo incantesimo sulla toga si vengono a creare dei nuovi disegni e scritte -che soltanto Duncan è ancora in grado di leggere. Questo fa sì che la toga, oltre ad essere come un'armatura per i maghi, li rappresenti alla perfezione, raccontando tutto il passato del mago. Ciò significa quindi che ogni toga è diversa dall'altra. Farwel, che si ritrova con una magia potentissima, ha dei disegni diversi rispetto agli altri maghi sin dal primo giorno in Accademia. Per questo ha l'ansia quando si diletta a studiare incanti proibiti, perché sa che imparandoli potrebbero formarsi nuovi disegni sulla sua toga.
Anche l'Accademia ha le sue regole, nulla è lasciato al caso o all'immaginazione del lettore: ci vengono infatti spiegati quanti anni occorrono per finirla, la possibilità per alcuni guerrieri di andarsene prima con una raccomandazione, la prova finale che spetta agli allievi e cosa succederà subito dopo. Non solo: le lezioni del maestro Duncan non vengono sorvolate.
Insieme a Farwel e i suoi compagni assistiamo agli insegnamenti di Duncan, scoprendo così come la magia viene impiegata, i serbatoi di cui ognuno predispone, venendo così a conoscenza di tutto ciò di cui abbiamo bisogno per comprendere la natura di un mago.
È una cosa che ho apprezzato tantissimo perché mi ha fatto capire quanto l'autrice ci abbia pensato, di quanta passione abbia messo nella costruzione del suo mondo.
Struttura e stile
In questo romanzo ogni capitolo ci mostra un lato differente della storia con l'intenzione, almeno credo, di riunirsi nei libri successivi. La cosa certa è che hanno la funzione di fornirci un quadro generale della storia, non facendoci perdere di vista nessun elemento. Abbiamo infatti i capitoli che sono dedicati all'attuale Farwel, desiderosa di porre fine all'annientamento ingiusto dei maghi e di fermare i Custodi, i veri nemici della Città, i capitoli dedicati al passato di Farwel, ai suoi momenti in Accademia fino al momento in cui dovrà affrontare il Rito di Drator e i capitoli che ho trovato più particolari ovvero quelli del principe e di Faervel, di cui abbiamo entrambi i punti i vista.
Chi sono questi personaggi? Sono i protagonisti di una storia d'amore che Farwel sta leggendo e di cui sono sicura avranno un significato particolare che in questo primo volume non è stato ancora spiegato. Sono davvero curiosa infatti! Con questa tecnica, inoltre, non abbiamo i classici errori dei punti di vista ballerini, ma sappiamo sempre chi sta parlando. Una cosa decisamente da non sottovalutare dato che spesso si tende a fare questo errore.
Il romanzo è scritto in prima persona e l'utilizzo che ne viene tratto è ammirevole. Come già detto precedentemente infatti, lo show don't tell è utilizzato alla perfezione. Ogni volta che ci viene presentato un nuovo ambiente, un nuovo evento per il personaggio, avvertiamo le sue sensazioni tramite i cinque sensi. Il che è la maniera ottimale per la descrizione di una scena. Non stiamo soltanto leggendo, stiamo anche vivendo le sensazioni che i personaggi stanno provando.
È uno scoprire e un 'respirare' allo stesso tempo. Su questo punto infatti il mio voto non può che essere un 10/10. Anche i capitoli con meno discorsi diretti e che quindi potrebbero appesantire la lettura, sono in realtà fluidi e assolutamente scorrevoli. Questo perché l'autrice è in grado di immettere nel discorso indiretto sempre dei dettagli curiosi o interessanti che rendono gradevole la lettura anche di una parte più compatta.
Personaggi
Farwel è la protagonista di questo racconto e la cosa importante secondo me, quando si scrive in prima persona e tutto è focalizzato quindi sul personaggio principale, è riuscire a creare un'intesa perfetta con il lettore. Il protagonista e i suoi pensieri non devono risultare fastidiosi o non logici. Il che è chiaro, ma fidatevi che quando questo accade e si sta appunto parlando del protagonista, è difficile se non impossibile continuare la lettura del romanzo. Farwerl non è la classica Mary Sue tanto odiata ormai dalla letteratura fantasy: a parte che, come già detto, l'ottimo utilizzo dello show don't tell ce la fa amare, ma vediamo noi stessi che nulla è regalato per lei. L'estremo sacrificio che compie la annienta proprio in ciò che è lei stessa. Nonostante sappia che ciò che sta per fare potrebbe deviarla, mandarla contro ciò che ama, lei ci prova lo stesso, portando a compimento il desiderio che Diane aveva per lei. Ora, non posso dilungarmi oltre su questo aspetto perché rischierei di fare troppi spoiler, ma è un gesto che la segnerà per sempre. Posso appunto solo dirvi che la intaccherà nell'anima, in ciò che lei è, ed è da questo momento in avanti che il romanzo comincerà a farsi più cupo. Farwel non ha più la sicurezza su nessuno: è completamente da sola. Non c'è il suo maestro, non ci sono le sue amiche e nemmeno la sua famiglia è lì accanto a lei. Tutto ciò che ha lei stessa, fino a rendersi conto che nemmeno quello potrà avere. A questo punto mi immagino quanto possa essere difficile la scrittura di un cambiamento del genere: è un mostrare due lati della stessa medaglia che a lungo andare possono separarsi del tutto. Tutto ciò che lei affronta non sarà più un qualcosa di speciale di cui ne può trarre solo giovamento e insegnamento, ma vedrà davanti a sé pericoli e lotte che la muteranno radicalmente, dolori indicibili e la presa di coscienza che pur di vincere sta combattendo dalla parte 'sbagliata'.
A questo punto sarà interessante vedere come si evolverà questo personaggio che è destinato a non essere più lo stesso: tutto ciò che sta passando, tutto ciò che sta facendo, quanto la cambierà o sconvolgerà se un giorno ne prenderà nuovamente atto?
Sinceramente non vedo l'ora di scoprirlo perché è un argomento molto avvicente, quello dell'identità del protagonista. D'altronde, non c'è storia senza un cambiamento radicale del personaggio cui tutto ruota intorno.
Gli altri personaggi rimangono lo stesso impressi, anche se alcuni sono più marginali. Mi sono piaciute molte le amiche di Farwel. Ero convinta che si sarebbero comportate proprio come le loro famiglie, ovvero che non avrebbero più accettato Farwel come una di loro dopo aver scoperto la sua natura di maga. Invece no, nonostante i pregiudizi che hanno tutti i guerrieri, per la loro amica li hanno messi da parte, supportandola e incoraggiandola. Sono state loro a incitarla nell'indossare la toga, a farla sentire sempre a suo agio anche se ormai non potevano far altro che condividere solo la stanza.
Anche i suoi compagni di Accademia sono stati interessanti e ognuno con una dote particolare. C'è chi ha deciso di continuare e affrontare il Rito, chi ha deciso di non sentirsi ancora sufficientemente pronto. Menzione speciale va per Duncan, il Maestro che è anche un supporto morale per Farwel. Le sue conoscenze sappiamo che sono incredibili, come lo dimostra il fatto che è in grado di leggere ciò che compare sulle toghe dei maghi. Ma non solo, è saggio, calmo e paziente. Ama ciò che fa ed è desideroso di far uscire il meglio da ogni allievo che prende sotto la sua ala. Il rapporto però che ha con Farwel è destinato a subire una trasformazione di cui sarà interessante vedere gli sviluppi nei prossimi libri. Così come infatti non vedo l'ora di sapere di più su Idai.
Ultima menzione che voglio fare è per il padre di Farwel. Speravo che sarebbe successa una cosa simile e quei capitoli sono stati davvero dolci da leggere.
Detto questo credo che sia una saga che ha l'assoluto bisogno di essere letta dagli amanti del genere dark fantasy che hanno voglia di immergersi in una storia differente dalle altre.
Il mio voto è pieno!
mercoledì 24 ottobre 2018
Recensione: Yohnna e il Baluardo dei Deserti di Andreina Grieco
Nuova recensione, stavolta per 'Yohnna e il Baluardo dei Deserti'!
Titolo: Yohnna e il Baluardo dei Deserti
Autore: Andreina Grieco
Formato: Cartaceo (brossura), Kindle
Edito da: EKT Edikit
Genere: Fantasy
Pagine: 208
Prezzo: 14,00€, 2,99€ su Kindle
Trama
Titolo: Yohnna e il Baluardo dei Deserti
Autore: Andreina Grieco
Formato: Cartaceo (brossura), Kindle
Edito da: EKT Edikit
Genere: Fantasy
Pagine: 208
Prezzo: 14,00€, 2,99€ su Kindle
Trama
Yohnna,
giovane arrotino, sopravvive ad alterne fortune con il suo talento per i
pugnali da lancio, la sua furbizia e una certa dose di sarcasmo.
Smarrito nel deserto, in preda alla sete stappa una bottiglia trovata
tra le sabbie e libera il malefico Jinn protettore del deserto.
Dovrà
imparare a convivere con l’abominio che ha liberato perché lo spirito
lo perseguiterà con la scusa di un terzo desiderio ancora da esprimere.
Horèb,
gigantesco Jinn dallo spiccato humor nero, svolge alla perfezione il
compito di guardiano dei deserti, salvo fatto il vizio di divorare
esseri umani. Liberato dopo secoli, deve fare i conti con una nuova vita
in cui non può più uccidere, pena la dannazione eterna. Ma le
tentazioni sono sempre in agguato.
Tra
palazzi sontuosi, combattimenti a colpi di sciabola e duelli di magia,
Yohnna trascina il Jinn in una partita d’astuzia dall’esito incerto. Ma
non è importante sapere chi vince finchè si continua a giocare.
Parto con il dire che questo romanzo ha molti elementi che apprezzo: innanzitutto è un fantasy e l'ambientazione è tra le mie preferite. Sono sempre rimasta affascinata dalle storie alla 'mille e una notte' perché hanno quel pizzico di mistero che sempre fa gola. Quindi ho cominciato la lettura di questo libro con molte aspettative e mi sono trovata davanti un romanzo non solo ben scritto e con il giusto ritmo di narrazione ma anche con una storia accattivante e ben strutturata. Avrò molto dire infatti riguardo lo stile, ma a quello ci penserò più avanti.
Yohnna è un giovane ragazzo che si guadagna da vivere facendo l'arrotino. Dopo una brutta esperienza avvenuta in città, scappa nel deserto. Pensa di morire, che non riuscirà mai a uscirne vivo a meno che non riesca ad essere così fortunato da incrociare dei beduini. I suoi progetti non saranno però come se li era immaginati: stappando una bottiglia appena trovata, volendo bere quello che spera non sia un veleno, ne vede uscire fuori un Jinn, Horèb, o anche chiamato Il Corvo. A partire da adesso vedremo un continuo dibattito tra loro, divertente e interessante, nei quali i due cercheranno di farsi valere giocando d'astuzia. Yohnna sa che non riuscirebbe mai a farla franca contro quel mostro colossale intenzionato a tormentarlo, perciò l'unica sua via di fuga è quello di anticiparlo, utilizzando la sua intelligenza.
Horèb dal canto suo si sente ovviamente invincibile. Per lui gli umani non sono altro che niente se non un divertimento saltuario. Ora che è stato liberato, Horèb assaggia nuovamente quella libertà che tanto gli è mancata ma sa anche che non può uccidere Yohnna. Ciò però non lo trattiene dal poter giocare con lui, stuzzicarlo, farlo uscire di testa.
Si diverte e si arrabbia anche quando concede a Yohnna tre desideri, due dei queli non li trova degni della sua potenza. Annoiato decide quindi di lasciar stare Yohnna e di ritornare da lui solo quando avrà pensato a un terzo desiderio che lui possa reputare intelligente. Da quel momento Yohnna vivrà sempre con l'ansia di un suo possibile ritorno.
Personaggi
Yohnna è un ragazzino sveglio, attento e abbastanza sfrontato, caratteristica che di lui mi è piaciuta molto. Nonostante infatti la paura iniziale che chiunque potrebbe avere alla vista di un Jinn, riesce comunque ad accantonarla ribattendo a Horèb con presunzione. Questa sua irriverenza però non sembra far arrabbiare il Jinn più di tanto. Ne rimane infatti affascinato, tanto che deciderà di farlo 'il suo giocattolino', il suo mezzo di divertimento. Non può ucciderlo, però potrà tormentarlo e notando quanto sia impulsivo sa che potrà trarne lo spasso che cerca. Il rapporto tra i due è interessante: se infatti a volte si potrebbe pensare che Horèb lo tratti davvero come il suo giocattolo preferito, in certe occasioni notiamo quasi un cambiamento in cui il Jinn sembra consigliarlo e divertirsi con lui come si fa con un qualunque amico. Lo chiama affettuosamente, anche se a volte per Yohnna questo può sembrare inquietante, e di certo sa che il Jinn è uno che mantiene le promesse. Se davvero non può arrecargli dolore può comunque portarlo allo sfinimento.
E glielo dimostrerà. Horèb è spietato e questo lo si capisce sin da subito: proprio come fa il gatto con il topo gioca con la sua vittima prima di finirla e la situazione non cambia anche quando sarà lo stesso Yohnna a chiedere di smetterla. Una parte che mi ha molto colpita di questo romanzo, e che fa intendere meglio e che anzi, fa riflettere, sul comportamento di Horèb è quando quest'ultimo si chiede come mai gli esseri umani possano essere così ipocriti riguardo gli animali. Perché alcuni vengono mangiati e altri ancora vengono amati come animaletti da compagnia? Non è questa, appunto, ipocrisia? Cosa li fa porta a scegliere quale animale uccidere e quale animale amare? Alla fine Horèb si rende conto di essere caduto lui stesso in questa condizione. Gli esseri umani per lui sono proprio come gli animali per loro. Alcuni li mangia, altri ancora li prende in simpatia. E non sa spiegarselo.
Penso che questo passo faccia intendere molto il personaggio di Horèb. Trovo sia adatto a un essere come lui e non è per nulla scontato. Mi spiego meglio: durante il corso del romanzo Horèb avrebbe potuto subire un cambiamento che non avrebbe rispecchiato il suo essere, ma questo non succede. Anche quando sembra tenere a Yohnna non lo fa come potrebbe appunto pensarlo un essere umano, ma lo fa a seconda di come lui realmente è.
Motivo per cui l'ho trovato attinente e per nulla assurdo.
Salima è il personaggio femminile forte e testardo. Testardo perché, nonostante sia lei a dire a Yohnna come comportarsi e cosa fare, la maggior parte delle volte è lei stessa a non seguire i consigli che dà.
Sembra che niente possa scalfirla nonostante abbia sofferto molto in passato. Credo che sia proprio il suo dolore che la porti a rischiare il tutto e per tutto, adoperandosi in maniera tale da far rimanere impressionato anche il Jinn.
E se una normalissima essere umana cattura la sua attenzione vuol dire che particolare lo è eccome.
Mi è piaciuto anche il rapporto che c'è tra Yohnna e Salima: i due sono fratellastri anche se molte volte entrambi hanno il dubbio che siano effettivamente fratelli di sangue. C'è una bella complicità e un aiuto reciproco anche quando quest'ultimo non viene chiesto. Nel momento del pericolo infatti l'uno pensa per primo sempre all'altra.
E questa è una cosa che ho davvero molto apprezzato.
Stile
Lo stile è esattamente come dovrebbe essere: è in prima persona, una scelta che personalmente apprezzo, e l'utilizzo dello show don't tell è usato ottimamente e si 'vede'. Credo che si capisca quando uno scrittore utilizza al meglio questo regola quando mette in moto tutti i cinque sensi: in questo romanzo sentiamo i profumi, ci sembra di essere realmente lì, ci vengono mostrate le scene senza saltare o dare per scontato. Quando il protagonista si sveglia dopo uno svenimento, nel riaprire gli occhi la prima cosa che sente è l'odore del sangue. Già capiamo che sta per risvegliarsi in una situazione non proprio ottimale. Insieme a lui scopriamo dove si trova, le prime percezioni, la sua ansia e la sua determinazione. Non credo ci sia un pezzo che non abbia apprezzato, perché ogni volta che andavo avanti nella lettura rimanevo soddisfatta di quanto l'immagine dell'azione fosse vivida nella mia mente.
Un'altra cosa che mi è piaciuta molto è anche come è strutturato il romanzo, ovvero a forma di racconto: è Yohnna stesso che ci sta raccontando questa storia, avvenuta vent'anni prima. Parla a noi come se fossimo davanti a lui e lo stessimo pagando per farci raccontare la sua avventura. Il tono è divertente, confidenziale, sembra davvero di avere il personaggio davanti che ci fa delle battute e conversa con noi.
In alcuni momenti della storia infatti 'sentiamo' nuovamente la voce del narratore che ci commenta un avvenimento e si rivolge al lettore con una battuta. Ammetto che queste 'battute' e i toni scherzosi usati li ho amati da morire: mi hanno fatta veramente sorridere e non li ho trovati per nulla forzati. Ho pensato che fosse un ottimo modo per utilizzare la prima persona, ovvero quella di coinvolgere quanto più possibile il lettore. Così il focus, che dovrebbe essere appunto su un singolo personaggio, non rimane statico. Le parti infatti in cui 'si ritornava' davanti a Yohnna e Horèb sono state tra le mie preferite. Ero sempre in attesa di ritornare 'a parlare' con loro perché sapevo sarebbe stato divertente e interessante.
Non ho mai letto romanzi del genere e se mi è capitato probabilmente non mi è rimasto impresso. In questo caso direi che ha fatto centro: la lettura scorre veloce, e se mi sono soffermata è proprio perché la scena era davvero simpatica e molto accattivante.
Come detto a inizio recensione uno dei punti di forza di questo romanzo, oltre allo stile, è anche l'ambientazione: potrei essere di parte proprio perché, come detto, il deserto è sempre un posto che mi ha affascinato e io stessa mi sono andata a documentare sui Jinn e sulle loro leggende ancor prima di leggere questo libro, ma vi posso assicurare che potrà essere apprezzato da chiunque. Anzi, è un ottimo modo per apprendere qualcosa che non si conosce.
Detto questo non mi resta quindi che consigliarvi questa splendida lettura.
lunedì 15 ottobre 2018
Recensione: 'Il Cavaliere Nero' di Pietro Tulipano
Oggi una nuova recensione, stavolta per 'Il Cavaliere Nero' di Pietro Tulipano edito dalla Dark Zone!
Titolo: Il Cavaliere Nero
Autore: Pietro Tulipano
Formato: Cartaceo (brossura), kindle
Edito da: Dark Zone
Genere: Fantasy
Pagine: 155
Prezzo: 14,90€ cartaceo, 2,99€ su kindle
Trama
Areth è il più grande eroe del regno e sembra riassumere in sé tutte le virtù umane.
Pochi conoscono il suo segreto: Areth non ricorda nulla del suo passato né delle sue origini. L’eroe vive ogni giorno sopportando il dolore di non conoscere la propria storia fino a quando non accade qualcosa che sconvolge la sua esistenza. Durante una missione, vede il ritratto del Cavaliere Nero: il guerriero più spietato e terribile che sia mai esistito.
Ricordandosi improvvisamente che proprio il Cavaliere Nero fu il suo più grande nemico e il responsabile della sua amnesia e di tutte le sue sofferenze, Areth inizia una lenta discesa verso una pazzia fatta di ossessione.
Inizia così un viaggio dalle conseguenze impensabili. La vendetta a cui ambisce l’eroe caduto si mescola al confronto tra il bene e il male, tra l’uomo e tutto ciò che lo opprime, tra l’ignoto e l’inestinguibile sete di conoscenza e di verità
Sotto consiglio (anche se già di mio partivo con l'intenzione di acquistare questo libro), ho deciso di leggere questo romanzo. Avevo voglia infatti di cimentarmi nella lettura di un buon fantasy e direi che non sono rimasta delusa. Per prima cosa, sì, è classificato come fantasy ma credo sia necessaria una distinzione considerando che è anche un romanzo di introspezione.
Il protagonista è Areth, Cavaliere appartenente alle Cappe Blu, che si è sempre distinto per la sua forza in qualsiasi battaglia. C'è qualcosa però che comincia ben presto a logorare l'anima di Areth: nei suoi sogni appare sempre una figura misteriosa, il Cavaliere Nero, e non riesce a capire cosa possa significare. Il Cavaliere Nero non è soltanto frutto dei suoi sogni: esiste davvero, la gente lo conosce e ne ha così paura che non si azzarda nemmeno a nominarlo, come se il solo pronunciare il suo nome possa farlo apparire e condannarsi a morte certa. Il Cavaliere infatti uccide per divertimento: a volte partecipa alle battaglie solo per il gusto di massacrare non prestando attenzione alla fazione con cui si ritrova a combattere. Areth pensa di avere tutto: ha una donna bellissima che lo ama, dei compagni che lo seguono fedelmente e l'onore che è riuscito a conquistarsi dopo anni di fedeltà al popolo. E allora perché la figura del Cavaliere continua a ossessionarlo?
Non riuscendo più a sopportare le continue visioni che ha del Cavaliere decide di intraprendere un viaggio alla sua ricerca. Se davvero lo ha già visto, come i suoi sogni vogliono fargli credere, perché non è morto dato che nessuno gli sopravvive?
Così Areth decide volutamente di abbandonare tutto ciò che ha pur di riuscire a incontrare il tanto temibile Cavaliere Nero.
Il tema del viaggio
Prima di parlare dello stile, voglio focalizzarmi sula figura di Areth e ciò che il viaggio significa per lui. Il motivo per cui voglio differenziarlo da un fantasy classico è che in questo caso il tema del 'viaggio' è del tutto diverso. Tutti noi abbiamo letto fantasy in cui il protagonista e i suoi amici si mettono alla ricerca di qualcosa. Potremmo dire che anche in questo caso è così, anche Areth è in viaggio alla ricerca del suo avversario ma non è quello che pensa realmente di trovare.
Il viaggio stavolta ha carattere psicologico: per tutto il tempo che Areth è in cammino non vediamo uno stravolgimento del personaggio, non lo vediamo mutare. Continua ad essere sempre convinto di ciò che sta facendo e anche quando gli viene domandato se davvero fa bene a lasciarsi dietro una vita bellissima con una compagna, la sua risposta è affermativa. Non cede mai, non ci ripensa anche quando gli viene posta una domanda che avrebbe potuto far tentennare chiunque altro. Con questo però non significa che a Areth non importi di quello che ha lasciato. Anzi, è tormentato, ma nel suo tormento c'è comunque la convinzione in quello che ha deciso di fare. Non tornerà mai indietro.
E la sua trasformazione è già avvenuta.
Personaggi
Come già detto Areth è un personaggio forte e con delle sicurezze che è riuscito a ottenere da solo nel tempo. Ma comincerà a vacillare e metterà tutto in discussione non appena il Cavaliere Nero inizierà a tormentarlo nel sogno. Nemmeno Kandra, la sua bellissima compagna nonché guerriera riuscirà a farlo desistere dal volersi mettere in viaggio.
Trovo che lei sia stata anche un personaggio formidabile: nonostante infatti pianga appena viene a sapere che Areth ha deciso di andarsene non chiedendole di seguirlo, non si dà per vinta. Non rimarrà ad aspettarlo e decide di partire per riportarlo indietro a ogni costo.
Sono riuscita ad immedesimarmi molto bene in Kandra: la sua angoscia, la sua rabbia sono molto palpabili e anche io come lei probabilmente avrei reagito allo stesso modo leggendo quella lettera.
In tale maniera sono riuscita a sentire questo personaggio vicino e ho prestato molta attenzione al suo viaggio e alle sue decisioni. Ho provato simpatia anche per gli altri guerrieri e in particolar modo mi ero affezionata ai fratelli!
Stile
Prima di tutto c'è da dire che il romanzo si presenta molto corto, lo si può tranquillamente leggere in poco tempo, anche un giorno. Non è affatto un lato negativo: ho capito infatti perché questa scelta (se lo è stata) perché il lettore non deve focalizzarsi più di tanto sulle vicende ma sul personaggio di Areth e sulla sua ricerca. Lo stile è limpido, scorrevole, senza alcun errore.
E infatti è anche grazie allo stile che si riesce a leggerlo in così poco tempo: per tutta la durata della lettura non ho mai storto il naso per qualcosa, ma ho proseguito tranquilla fino al finale senza notare nessuna 'interruzione brusca'. Ci sono molti dialoghi che rendono ovviamente la lettura più fluida e interessante ma ho trovato bellissime anche le parti riflessive che secondo me sono la parte centrale e fondamentale di questo romanzo. Il finale è il momento in cui Areth conclude il suo viaggio e a questo punto dato che ho qualcosa da dire al riguardo vi devo informare che da qui in avanti farò spoiler. Solitamente non lo faccio, ma credo sia necessario per una recensione più completa.
Se ancora non avete letto il libro vi consiglio quindi di fermarvi qui!
* SPOILER *
Il finale: è il momento in cui veniamo a scoprire perché Areth ha questa ossessione, non sono delle semplici visioni, sono dei veri e propri ricordi che riemergono. Il mago che gli ha fatto perdere la memoria, per sua volontà, gli mostra quindi il suo passato. Era lui il Cavaliere Nero, quell'essere che voleva cercare per uccidere. Ammetto che lo avevo capito, immaginavo fosse lui stesso il Cavaliere e da una parte ci speravo perché così l'idea che mi ero fatta del personaggio avrebbe avuto un senso ancora maggiore. Trovo infatti affascinante che per due volte Areth sia stato tormentato da se stesso. La prima volta subisce una tripla trasformazione di sé: grazie all'amore placa la sua voglia di sangue e decide di diventare un amabile contadino insieme a sua moglie. Si placa, la sua nuova vita gli piace.
La seconda trasformazione è quando torna ad essere di nuovo quello di un tempo, con la differenza che ora è addirittura più imbestialito dopo aver perso la donna amata. Se prima uccideva per divertimento adesso lo fa per vendetta. La sua rabbia è ancora più cieca e lo vediamo arrivare in un punto di non ritorno. Ed è talmente disperato e accecato dal rimorso che qui vediamo la terza trasformazione: il voler dimenticare tutto. Nonostante ciò il suo tormento, il suo passato non gli dà tregua.
Come se la sua coscienza non si fosse mai assopita e non accetta il fatto che ora lui possa condurre una vita tranquilla, ottenendo tutto ciò che desidera. Perché non sarebbe più lui ma una semplice finzione di se stesso. Capisce che c'è qualcosa che non va anche quando non può saperlo.
Il viaggio che lui va ad intraprendere ha la funzione di farlo tornare ad essere ciò che era.
A questo punto però mi domando: che funzione ha avuto il riconoscersi?
Questo non viene detto nel romanzo e se inizialmente pensavo che un seguito sarebbe stato adatto, ho cominciato poi a pensare che invece si toglierebbe la 'meditazione', se così vogliamo chiamarla, che va a fare il lettore una volta ultimato il romanzo.
Non ci viene detto cosa farà ora Areth con di nuovo i ricordi in suo possesso.
Per me ci sarà di nuovo una trasformazione, non una regressione. La regressione l'ha già avuta, è già impazzito. Credo che stavolta apprendendo di nuovo tutto ciò che è stato e unendolo a ciò che lui ha vissuto fino a quel momento, la pazzia sarà diversa.
Perché sempre di pazzia potrebbe trattarsi, ma forse Areth ha la possibilità adesso di affrontarla in maniera differente. Se una volta l'ha affrontata diventando un pazzo assassino peggio di quel che era, adesso potrebbe avere i giusti mezzi per redimersi, accettare quello che è stato, accettare il suo comportamento avventato e decidere cosa fare della sua vita. D'altronde c'era già stato il rimorso prima di recarsi dal mago per fargli dimenticare tutto. Potrebbe ritirarsi, non facendosi trovare più, ma trovando comunque una pace interiore con l'accettazione di se stesso.
D'altronde Kandra non è mai riuscita a trovarlo.
Detto questo ho apprezzato questo romanzo. Perché alla fine della lettura non è che mi ha lasciata senza finale, ma mi ha lasciata con tanti interrogativi da pormi a cui ho cercato di dare una risposta.
Questo intendo quando dico che è differente da un fantasy classico: non credo che vi capiti di rimanere con così tante domande interessanti da porvi a lettura ultimata.
In questo caso sì, per questo ne consiglio la lettura!
Titolo: Il Cavaliere Nero
Autore: Pietro Tulipano
Formato: Cartaceo (brossura), kindle
Edito da: Dark Zone
Genere: Fantasy
Pagine: 155
Prezzo: 14,90€ cartaceo, 2,99€ su kindle
Trama
Areth è il più grande eroe del regno e sembra riassumere in sé tutte le virtù umane.
Pochi conoscono il suo segreto: Areth non ricorda nulla del suo passato né delle sue origini. L’eroe vive ogni giorno sopportando il dolore di non conoscere la propria storia fino a quando non accade qualcosa che sconvolge la sua esistenza. Durante una missione, vede il ritratto del Cavaliere Nero: il guerriero più spietato e terribile che sia mai esistito.
Ricordandosi improvvisamente che proprio il Cavaliere Nero fu il suo più grande nemico e il responsabile della sua amnesia e di tutte le sue sofferenze, Areth inizia una lenta discesa verso una pazzia fatta di ossessione.
Inizia così un viaggio dalle conseguenze impensabili. La vendetta a cui ambisce l’eroe caduto si mescola al confronto tra il bene e il male, tra l’uomo e tutto ciò che lo opprime, tra l’ignoto e l’inestinguibile sete di conoscenza e di verità
Sotto consiglio (anche se già di mio partivo con l'intenzione di acquistare questo libro), ho deciso di leggere questo romanzo. Avevo voglia infatti di cimentarmi nella lettura di un buon fantasy e direi che non sono rimasta delusa. Per prima cosa, sì, è classificato come fantasy ma credo sia necessaria una distinzione considerando che è anche un romanzo di introspezione.
Il protagonista è Areth, Cavaliere appartenente alle Cappe Blu, che si è sempre distinto per la sua forza in qualsiasi battaglia. C'è qualcosa però che comincia ben presto a logorare l'anima di Areth: nei suoi sogni appare sempre una figura misteriosa, il Cavaliere Nero, e non riesce a capire cosa possa significare. Il Cavaliere Nero non è soltanto frutto dei suoi sogni: esiste davvero, la gente lo conosce e ne ha così paura che non si azzarda nemmeno a nominarlo, come se il solo pronunciare il suo nome possa farlo apparire e condannarsi a morte certa. Il Cavaliere infatti uccide per divertimento: a volte partecipa alle battaglie solo per il gusto di massacrare non prestando attenzione alla fazione con cui si ritrova a combattere. Areth pensa di avere tutto: ha una donna bellissima che lo ama, dei compagni che lo seguono fedelmente e l'onore che è riuscito a conquistarsi dopo anni di fedeltà al popolo. E allora perché la figura del Cavaliere continua a ossessionarlo?
Non riuscendo più a sopportare le continue visioni che ha del Cavaliere decide di intraprendere un viaggio alla sua ricerca. Se davvero lo ha già visto, come i suoi sogni vogliono fargli credere, perché non è morto dato che nessuno gli sopravvive?
Così Areth decide volutamente di abbandonare tutto ciò che ha pur di riuscire a incontrare il tanto temibile Cavaliere Nero.
Il tema del viaggio
Prima di parlare dello stile, voglio focalizzarmi sula figura di Areth e ciò che il viaggio significa per lui. Il motivo per cui voglio differenziarlo da un fantasy classico è che in questo caso il tema del 'viaggio' è del tutto diverso. Tutti noi abbiamo letto fantasy in cui il protagonista e i suoi amici si mettono alla ricerca di qualcosa. Potremmo dire che anche in questo caso è così, anche Areth è in viaggio alla ricerca del suo avversario ma non è quello che pensa realmente di trovare.
Il viaggio stavolta ha carattere psicologico: per tutto il tempo che Areth è in cammino non vediamo uno stravolgimento del personaggio, non lo vediamo mutare. Continua ad essere sempre convinto di ciò che sta facendo e anche quando gli viene domandato se davvero fa bene a lasciarsi dietro una vita bellissima con una compagna, la sua risposta è affermativa. Non cede mai, non ci ripensa anche quando gli viene posta una domanda che avrebbe potuto far tentennare chiunque altro. Con questo però non significa che a Areth non importi di quello che ha lasciato. Anzi, è tormentato, ma nel suo tormento c'è comunque la convinzione in quello che ha deciso di fare. Non tornerà mai indietro.
E la sua trasformazione è già avvenuta.
Personaggi
Come già detto Areth è un personaggio forte e con delle sicurezze che è riuscito a ottenere da solo nel tempo. Ma comincerà a vacillare e metterà tutto in discussione non appena il Cavaliere Nero inizierà a tormentarlo nel sogno. Nemmeno Kandra, la sua bellissima compagna nonché guerriera riuscirà a farlo desistere dal volersi mettere in viaggio.
Trovo che lei sia stata anche un personaggio formidabile: nonostante infatti pianga appena viene a sapere che Areth ha deciso di andarsene non chiedendole di seguirlo, non si dà per vinta. Non rimarrà ad aspettarlo e decide di partire per riportarlo indietro a ogni costo.
Sono riuscita ad immedesimarmi molto bene in Kandra: la sua angoscia, la sua rabbia sono molto palpabili e anche io come lei probabilmente avrei reagito allo stesso modo leggendo quella lettera.
In tale maniera sono riuscita a sentire questo personaggio vicino e ho prestato molta attenzione al suo viaggio e alle sue decisioni. Ho provato simpatia anche per gli altri guerrieri e in particolar modo mi ero affezionata ai fratelli!
Stile
Prima di tutto c'è da dire che il romanzo si presenta molto corto, lo si può tranquillamente leggere in poco tempo, anche un giorno. Non è affatto un lato negativo: ho capito infatti perché questa scelta (se lo è stata) perché il lettore non deve focalizzarsi più di tanto sulle vicende ma sul personaggio di Areth e sulla sua ricerca. Lo stile è limpido, scorrevole, senza alcun errore.
E infatti è anche grazie allo stile che si riesce a leggerlo in così poco tempo: per tutta la durata della lettura non ho mai storto il naso per qualcosa, ma ho proseguito tranquilla fino al finale senza notare nessuna 'interruzione brusca'. Ci sono molti dialoghi che rendono ovviamente la lettura più fluida e interessante ma ho trovato bellissime anche le parti riflessive che secondo me sono la parte centrale e fondamentale di questo romanzo. Il finale è il momento in cui Areth conclude il suo viaggio e a questo punto dato che ho qualcosa da dire al riguardo vi devo informare che da qui in avanti farò spoiler. Solitamente non lo faccio, ma credo sia necessario per una recensione più completa.
Se ancora non avete letto il libro vi consiglio quindi di fermarvi qui!
* SPOILER *
Il finale: è il momento in cui veniamo a scoprire perché Areth ha questa ossessione, non sono delle semplici visioni, sono dei veri e propri ricordi che riemergono. Il mago che gli ha fatto perdere la memoria, per sua volontà, gli mostra quindi il suo passato. Era lui il Cavaliere Nero, quell'essere che voleva cercare per uccidere. Ammetto che lo avevo capito, immaginavo fosse lui stesso il Cavaliere e da una parte ci speravo perché così l'idea che mi ero fatta del personaggio avrebbe avuto un senso ancora maggiore. Trovo infatti affascinante che per due volte Areth sia stato tormentato da se stesso. La prima volta subisce una tripla trasformazione di sé: grazie all'amore placa la sua voglia di sangue e decide di diventare un amabile contadino insieme a sua moglie. Si placa, la sua nuova vita gli piace.
La seconda trasformazione è quando torna ad essere di nuovo quello di un tempo, con la differenza che ora è addirittura più imbestialito dopo aver perso la donna amata. Se prima uccideva per divertimento adesso lo fa per vendetta. La sua rabbia è ancora più cieca e lo vediamo arrivare in un punto di non ritorno. Ed è talmente disperato e accecato dal rimorso che qui vediamo la terza trasformazione: il voler dimenticare tutto. Nonostante ciò il suo tormento, il suo passato non gli dà tregua.
Come se la sua coscienza non si fosse mai assopita e non accetta il fatto che ora lui possa condurre una vita tranquilla, ottenendo tutto ciò che desidera. Perché non sarebbe più lui ma una semplice finzione di se stesso. Capisce che c'è qualcosa che non va anche quando non può saperlo.
Il viaggio che lui va ad intraprendere ha la funzione di farlo tornare ad essere ciò che era.
A questo punto però mi domando: che funzione ha avuto il riconoscersi?
Questo non viene detto nel romanzo e se inizialmente pensavo che un seguito sarebbe stato adatto, ho cominciato poi a pensare che invece si toglierebbe la 'meditazione', se così vogliamo chiamarla, che va a fare il lettore una volta ultimato il romanzo.
Non ci viene detto cosa farà ora Areth con di nuovo i ricordi in suo possesso.
Per me ci sarà di nuovo una trasformazione, non una regressione. La regressione l'ha già avuta, è già impazzito. Credo che stavolta apprendendo di nuovo tutto ciò che è stato e unendolo a ciò che lui ha vissuto fino a quel momento, la pazzia sarà diversa.
Perché sempre di pazzia potrebbe trattarsi, ma forse Areth ha la possibilità adesso di affrontarla in maniera differente. Se una volta l'ha affrontata diventando un pazzo assassino peggio di quel che era, adesso potrebbe avere i giusti mezzi per redimersi, accettare quello che è stato, accettare il suo comportamento avventato e decidere cosa fare della sua vita. D'altronde c'era già stato il rimorso prima di recarsi dal mago per fargli dimenticare tutto. Potrebbe ritirarsi, non facendosi trovare più, ma trovando comunque una pace interiore con l'accettazione di se stesso.
D'altronde Kandra non è mai riuscita a trovarlo.
Detto questo ho apprezzato questo romanzo. Perché alla fine della lettura non è che mi ha lasciata senza finale, ma mi ha lasciata con tanti interrogativi da pormi a cui ho cercato di dare una risposta.
Questo intendo quando dico che è differente da un fantasy classico: non credo che vi capiti di rimanere con così tante domande interessanti da porvi a lettura ultimata.
In questo caso sì, per questo ne consiglio la lettura!
martedì 9 ottobre 2018
Robin Hobb sarà presente al Lucca Comics & Games!
A breve, come ogni anno, tornerà il tanto atteso Lucca Comics & Games! Cerco sempre di non mancare mai all'appuntamento anche perché c'è spesso la possibilità di incontrare artisti davvero importanti ma quest'anno posso direttamente piangere dalla gioia.
La Fanucci infatti ospiterà Robin Hobb, scrittrice fantasy statunitense nonché la mia preferita in assoluto.
Ho letto tantissimi libri, ho letto tantissimi fantasy (il mio genere preferito) e nessuno di questi è mai riuscito a eguagliare la bravura della Hobb. Nessuna storia mi ha mai emozionato come le sue e nonostante questa saga si sia ormai conclusa rimarrà per sempre nel mio cuore.
Considerando però che non tutti la conoscono (e per me equivale a una stilettata al cuore) oggi voglio farvela conoscere!
Robin Hobb ha scritto tantissime saghe. Ma voglio porre l'attenzione su tre trilogie che sono, appunto, le mie preferite.
- La trilogia dei Lungavista
- La trilogia dell'uomo ambrato
- La trilogia di Fitz e del Matto
Vi consiglio comunque di leggere anche le altre saghe per capire meglio alcuni dettagli. Per esempio, per quanto riguarda l'ultima trilogia credo che sia fondamentale aver letto almeno tutta la saga de I mercanti di Borgomago.
Cos'è che mi piace di lei? Parlando soltanto dello stile direi che è perfetta. Più volte sono rimasta a leggere una frase per minuti interi soltanto pensando "ma come è riuscita a dare perfettamente il senso giusto a ciò che voleva dire?" oppure "soltanto lei avrebbe potuto scriverlo così!"
Parlare di perfezione è sempre un azzardo. Nessuno è perfetto eppure è l'unico termine che mi viene in mente se penso allo stile di Robin Hobb. Ci si immedesima così bene nella storia che non è possibile non piangere, non gioire, non preoccuparci insieme ai personaggi.
Non è un fantasy classico, attenzione. Credo che sia infatti un elemento di margine.
La Hobb cura tantissimo il background, la storia, la psicologia dei personaggi e l'elemento fantasy viene dopo. Non che questo non sia curato, anzi, ma ammetto che ho apprezzato tantissimo l'attenzione e la passione che ha messo per delineare tutto il resto. Lo potremmo definire un fantasy contemporaneo.
FitzChevalier è il protagonista di queste trilogie: nato bastardo, non può aspirare quindi alla corona.
All'età di sei anni viene portato via da sua madre e portato a corte dove suo nonno, il Re, ha intenzione di prendersi cura di lui, facendolo addestrare da suo zio, anche lui bastardo, per diventare l'assassino di corte. La prima trilogia è spettacolare: vediamo un bambino diventare ragazzo che suo malgrado si ritrova coinvolto in intrighi di corte, tra gente che vuole ucciderlo anche se non ha alcuna pretesa al trono. Ed è questo che arrivo ad apprezzare di Fitz: si è fatto da solo. Riesce perché è lui che è in grado di cavarsela grazia alla sua intelligenza e alla sua forza. Non ci sarà mai e poi mai nessun deus ex machina pronto ad aiutarlo, anzi, cadrà così tante volte, rimarrà così spesso senza alcun aiuto che mi si è straziato spesso il cuore durante la lettura. Vediamo Fitz rialzarsi ogni volta che qualcosa di veramente orribile si abbatte su di lui, senza nessuna lamentela, ma con il giusto coraggio anche quando pensa che sia giusto rassegnarsi.
Viaggerà spesso con il suo inseparabile amico, il Matto, personaggio che rimarrà misterioso e affascinante per tutti i nove libri. Formano una coppia fantastica in grado di superare anche la situazione più difficile: la loro amicizia è così profonda e legata letteralmente nell'anima (se leggerete, capirete meglio cosa intendo dire) che faranno di tutto per salvarsi la vita a vicenda.
Fitz ha anche una particolarità: è in grado di parlare con gli animali e questa cosa suscita il disgusto della popolazione che uccide chiunque abbia questo potere. Per questo Fitz è costretto a nascondere quel profondo affetto un po' particolare che nutre nei confronti del suo lupo,Occhi-di-notte.
Il trio perfetto che si viene a creare tra Fitz, Occhi-di-notte e il Matto è quanto di più preciso, coordinato e legato da veri sentimenti che io abbia mai letto.
Dagli intrighi di corte passiamo al viaggio alla ricerca dei draghi fino al ritorno di Fitz come un assassino diverso, alimentato dalla voglia di una vendetta stavolta personale.
Ci sono state tante volte in cui mi sono ritrovata in disaccordo, ho pensato che Fitz meritasse di più, che tutti gli sforzi che ha fatto per altri necessitavano di una ricompensa più adeguata. Alla fine penso però che non poteva finire diversamente. Fitz ha ottenuto il riconoscimento, nella sua maniera.
Così come anche il Matto.
Spero vivamente che presto ci sarà un seguito incentrato su sua figlia, personaggio interessante che è stato sfruttato per bene soltanto nell'ultimo libro.
Sicuramente se avrò davvero la fortuna di incontrare personalmente Robin Hobb non esisterò a chiederglielo!
Io spero di avervi quanto meno fatto incuriosire: dirvi troppo sarebbe rovinarvi una lettura piacevole che va scoperta, assaporata e gustata fino alla fine.
Quindi, se ancora non la conoscete, provate a incontarla durante il Lucca Comics & Games!
La Fanucci infatti ospiterà Robin Hobb, scrittrice fantasy statunitense nonché la mia preferita in assoluto.
Ho letto tantissimi libri, ho letto tantissimi fantasy (il mio genere preferito) e nessuno di questi è mai riuscito a eguagliare la bravura della Hobb. Nessuna storia mi ha mai emozionato come le sue e nonostante questa saga si sia ormai conclusa rimarrà per sempre nel mio cuore.
Considerando però che non tutti la conoscono (e per me equivale a una stilettata al cuore) oggi voglio farvela conoscere!
Robin Hobb ha scritto tantissime saghe. Ma voglio porre l'attenzione su tre trilogie che sono, appunto, le mie preferite.
- La trilogia dei Lungavista
- La trilogia dell'uomo ambrato
- La trilogia di Fitz e del Matto
Vi consiglio comunque di leggere anche le altre saghe per capire meglio alcuni dettagli. Per esempio, per quanto riguarda l'ultima trilogia credo che sia fondamentale aver letto almeno tutta la saga de I mercanti di Borgomago.
Cos'è che mi piace di lei? Parlando soltanto dello stile direi che è perfetta. Più volte sono rimasta a leggere una frase per minuti interi soltanto pensando "ma come è riuscita a dare perfettamente il senso giusto a ciò che voleva dire?" oppure "soltanto lei avrebbe potuto scriverlo così!"
Parlare di perfezione è sempre un azzardo. Nessuno è perfetto eppure è l'unico termine che mi viene in mente se penso allo stile di Robin Hobb. Ci si immedesima così bene nella storia che non è possibile non piangere, non gioire, non preoccuparci insieme ai personaggi.
Non è un fantasy classico, attenzione. Credo che sia infatti un elemento di margine.
La Hobb cura tantissimo il background, la storia, la psicologia dei personaggi e l'elemento fantasy viene dopo. Non che questo non sia curato, anzi, ma ammetto che ho apprezzato tantissimo l'attenzione e la passione che ha messo per delineare tutto il resto. Lo potremmo definire un fantasy contemporaneo.
FitzChevalier è il protagonista di queste trilogie: nato bastardo, non può aspirare quindi alla corona.
All'età di sei anni viene portato via da sua madre e portato a corte dove suo nonno, il Re, ha intenzione di prendersi cura di lui, facendolo addestrare da suo zio, anche lui bastardo, per diventare l'assassino di corte. La prima trilogia è spettacolare: vediamo un bambino diventare ragazzo che suo malgrado si ritrova coinvolto in intrighi di corte, tra gente che vuole ucciderlo anche se non ha alcuna pretesa al trono. Ed è questo che arrivo ad apprezzare di Fitz: si è fatto da solo. Riesce perché è lui che è in grado di cavarsela grazia alla sua intelligenza e alla sua forza. Non ci sarà mai e poi mai nessun deus ex machina pronto ad aiutarlo, anzi, cadrà così tante volte, rimarrà così spesso senza alcun aiuto che mi si è straziato spesso il cuore durante la lettura. Vediamo Fitz rialzarsi ogni volta che qualcosa di veramente orribile si abbatte su di lui, senza nessuna lamentela, ma con il giusto coraggio anche quando pensa che sia giusto rassegnarsi.
Viaggerà spesso con il suo inseparabile amico, il Matto, personaggio che rimarrà misterioso e affascinante per tutti i nove libri. Formano una coppia fantastica in grado di superare anche la situazione più difficile: la loro amicizia è così profonda e legata letteralmente nell'anima (se leggerete, capirete meglio cosa intendo dire) che faranno di tutto per salvarsi la vita a vicenda.
Fitz ha anche una particolarità: è in grado di parlare con gli animali e questa cosa suscita il disgusto della popolazione che uccide chiunque abbia questo potere. Per questo Fitz è costretto a nascondere quel profondo affetto un po' particolare che nutre nei confronti del suo lupo,Occhi-di-notte.
Il trio perfetto che si viene a creare tra Fitz, Occhi-di-notte e il Matto è quanto di più preciso, coordinato e legato da veri sentimenti che io abbia mai letto.
Dagli intrighi di corte passiamo al viaggio alla ricerca dei draghi fino al ritorno di Fitz come un assassino diverso, alimentato dalla voglia di una vendetta stavolta personale.
Ci sono state tante volte in cui mi sono ritrovata in disaccordo, ho pensato che Fitz meritasse di più, che tutti gli sforzi che ha fatto per altri necessitavano di una ricompensa più adeguata. Alla fine penso però che non poteva finire diversamente. Fitz ha ottenuto il riconoscimento, nella sua maniera.
Così come anche il Matto.
Spero vivamente che presto ci sarà un seguito incentrato su sua figlia, personaggio interessante che è stato sfruttato per bene soltanto nell'ultimo libro.
Sicuramente se avrò davvero la fortuna di incontrare personalmente Robin Hobb non esisterò a chiederglielo!
Io spero di avervi quanto meno fatto incuriosire: dirvi troppo sarebbe rovinarvi una lettura piacevole che va scoperta, assaporata e gustata fino alla fine.
Quindi, se ancora non la conoscete, provate a incontarla durante il Lucca Comics & Games!
martedì 2 ottobre 2018
Come si scrive una sinossi?
Eccomi ritornata dopo un piccolo periodo di assenza! Oggi però il post non sarà rivolto alle recensioni o alle interviste, ma a un altro aspetto che vorrei si incentrasse questo blog.
Ovvero, consigli editoriali e di scrittura.
Sei un aspirante scrittore, hai appena finito di scrivere il tuo libro e ti appresti a mandarlo alle case editrici. Ti accorgi però che la maggior parte, se non tutte, richiede l'invio della sinossi. Che cos'è la sinossi, quindi, e perché fa così paura? Quali sono gli errori da non fare?
Andiamo a scoprirli.
Perché fa paura a molti? Perché non si sa bene come impostarla e come potrebbe piacere all'editore.
Certo è infatti è che se sbagliate nella scrittura della vostra sinossi c'è un'alta percentuale che il vostro manoscritto non passi alla seconda fase, ovvero a quella della lettura.
La sinossi non è altro che un riassunto della vostra storia. Ciò significa che non dovrete tralasciare nulla riguardo la trama: colpi di scena, finale, tutto questo va inserito.
Vanno presentati i personaggi, il loro obiettivo e come essi cambino durante il corso della vicenda.
Quindi, un succo della vostra storia, i punti salienti, in modo tale che l'editore possa capire subito se la storia che state proponendo è quella che fa per lui.
Sembrerebbe quasi facile detta così, vero? Cosa ci vuole a scrivere il riassunto della propria storia?
Beh, sicuramente un grande dono della sintesi dato che il tutto dovrà essere riassunto in una, massimo due cartelle. Vi consiglio comunque di non arrivare mai alle due cartelle, a meno che non sia indicato dalla casa editrice, perché si tende a scartarle.
Capite ora che fare un riassunto di un libro magari di 500 o passa pagine non è così facile.
Ma è qui che si vedrà la vostra bravura! Siete scrittori, no?
Cosa non scrivere in una sinossi:
Vi ho già spiegato come dovrebbe essere una sinossi, ma ci tengo comunque ad avvisarvi riguardo alcuni errori che in molti tendono a fare.
La sinossi è solo un riassunto. Fine. Non potete scrivere argomentazioni personali, quali "questa è una storia avvicente, che vi lascerà senza fiato!" o "Credo di avere usato ottimamente lo show don't tell" e via dicendo.
Assolutamente no! A meno che non abbiate così voglia da essere scartati alla velocità della luce.
Queste considerazioni da quarta di copertina lasciatele appunto alla quarta di copertina.
La regola è semplice: solo il riassunto della vostra storia, incluso il finale. Nessuna vostra presentazione, se non quella dei personaggi!
Spero di aver chiarito la questione, se avete altre domande o volete richiedermi un argomento in particolare non esistate a contattarmi!
Ovvero, consigli editoriali e di scrittura.
Sei un aspirante scrittore, hai appena finito di scrivere il tuo libro e ti appresti a mandarlo alle case editrici. Ti accorgi però che la maggior parte, se non tutte, richiede l'invio della sinossi. Che cos'è la sinossi, quindi, e perché fa così paura? Quali sono gli errori da non fare?
Andiamo a scoprirli.
Perché fa paura a molti? Perché non si sa bene come impostarla e come potrebbe piacere all'editore.
Certo è infatti è che se sbagliate nella scrittura della vostra sinossi c'è un'alta percentuale che il vostro manoscritto non passi alla seconda fase, ovvero a quella della lettura.
La sinossi non è altro che un riassunto della vostra storia. Ciò significa che non dovrete tralasciare nulla riguardo la trama: colpi di scena, finale, tutto questo va inserito.
Vanno presentati i personaggi, il loro obiettivo e come essi cambino durante il corso della vicenda.
Quindi, un succo della vostra storia, i punti salienti, in modo tale che l'editore possa capire subito se la storia che state proponendo è quella che fa per lui.
Sembrerebbe quasi facile detta così, vero? Cosa ci vuole a scrivere il riassunto della propria storia?
Beh, sicuramente un grande dono della sintesi dato che il tutto dovrà essere riassunto in una, massimo due cartelle. Vi consiglio comunque di non arrivare mai alle due cartelle, a meno che non sia indicato dalla casa editrice, perché si tende a scartarle.
Capite ora che fare un riassunto di un libro magari di 500 o passa pagine non è così facile.
Ma è qui che si vedrà la vostra bravura! Siete scrittori, no?
Cosa non scrivere in una sinossi:
Vi ho già spiegato come dovrebbe essere una sinossi, ma ci tengo comunque ad avvisarvi riguardo alcuni errori che in molti tendono a fare.
La sinossi è solo un riassunto. Fine. Non potete scrivere argomentazioni personali, quali "questa è una storia avvicente, che vi lascerà senza fiato!" o "Credo di avere usato ottimamente lo show don't tell" e via dicendo.
Assolutamente no! A meno che non abbiate così voglia da essere scartati alla velocità della luce.
Queste considerazioni da quarta di copertina lasciatele appunto alla quarta di copertina.
La regola è semplice: solo il riassunto della vostra storia, incluso il finale. Nessuna vostra presentazione, se non quella dei personaggi!
Spero di aver chiarito la questione, se avete altre domande o volete richiedermi un argomento in particolare non esistate a contattarmi!
venerdì 17 agosto 2018
Intervista a Giulio Perrone, editore e scrittore
Durante la presentazione della casa editrice Giulio Perrone Editore presso la
libreria di Roma Assaggi ho avuto
l’opportunità di intervistare l’editore, oltre che scrittore, Giulio Perrone. Cominciamo!
Abbiamo iniziato subito nel 2006 perché pensiamo che
la formazione sia un elemento importante che ci ha consentito di trasmettere
quello che avevamo imparato e perché tanti che vi hanno partecipato hanno
continuato a lavorare nel settore.
La
casa editrice è stata fondata il 19 marzo 2005 da lei e da Mariacarmela Leto. Quali
sono stati i cambiamenti più importanti della Giulio Perrone Editore nel corso di questi anni?
Alcuni aspetti sono rimasti gli stessi, siamo
partiti dalla narrativa italiana contemporanea perché era quella che ci
interessava di più raccontare facendo scouting su autori esordienti. Abbiamo
avuto la fortuna di far esordire autori come Paolo di Paolo, Chiara Valerio,
Giorgio Nisini, Giuseppe Aloe che si sono fatti strada e alcuni dei quali sono
finiti in case editrici molto importanti. Dall’altra parte c’è stata anche la
ricerca di raccontare delle storie con una formula diversa che era quella del
racconto breve, non particolarmente usata nel mondo editoriale nel 2005-2007,
con autori già affermati come Dacia Maraini e Sandra Petrignani. Nel tempo si
sono aggiunti nuovi progetti, nuove collane, sempre trattando il tema della
contemporaneità, come Biotón che
racconta grandi personaggi del Novecento sia della musica che del cinema, scegliendo
una visuale che fosse quella di persone vicine all’artista e che lo
raccontassero soprattutto dal lato umano oltre che quello professionale e
artistico.
Proprio
in merito a Biotón qual era la
caratteristica che le faceva scegliere un determinato personaggio?
Abbiamo scelto personaggi che hanno raccontato il
Novecento, segnandolo con quello che avevano detto, non solo con quello che
avevano fatto. Ci sono state delle incursioni anche in aree differenti, come il
libro su Giancarlo Siani che anche se non era un artista è stato comunque un
personaggio importante nella società civile.
Come
nasce la collana Passaggi di dogana?
Passaggi di dogana è una collana molto
importante per noi ed è stata ideata da Mariacarmela Leto. Prova a raccontare i
luoghi utilizzando lo strumento letterario, gli scrittori e i loro libri ed è
come se accompagnasse il lettore mano nella mano attraverso le città. È una
collana molto apprezzata dai librai e funziona come insieme, nel senso che i
libri più importanti tendono a trainare quelli più particolari. Da poco è
uscito Profondo Sud scritto da Seba
Pezzani che è un traduttore oltre che esperto di letteratura americana e A Lisbona con Antonio Tabucchi di
Lorenzo Pini. Cerchiamo sempre di far uscire almeno tre-quattro titoli all’anno
per completare il paesaggio.
Qual
è il testo che secondo lei meglio rappresenta la collana Hinc, incentrata sulla nostra attualità?
Ci sono stati molti testi che hanno segnato questa
collana. Sicuramente Raccontami la notte
in cui sono nato di Paolo di Paolo, libro che gli ha consentito di avere
successo e che poi è diventato un autore Feltrinelli ed Einaudi ottenendo molte
ristampe. Un altro titolo molto importante è certamente La logica del desiderio di Giuseppe Aloe che è stato finalista al
premio Strega 2012. Cito altri due titoli Ognuno
sta solo di Chiara Valerio che è stato il suo primo romanzo e La demolizione del mammut di Giorgio
Nisini, entrambi hanno avuto un ottimo successo di critica e ne siamo molto
legati. Un punto di snodo per questa collana è sicuramente Le notti
blu di Chiara Marchelli, candidato al prestigioso premio
Strega 2017 che ha ricevuto sin da prima della sua uscita grandi apprezzamenti
anche da parte dei librai.
Nelle
collane della Giulio Perrone Editore non ne esiste una di genere, potrebbe
nascerne una in futuro?
Ci abbiamo pensato molto e l’unico settore su cui
poteva esserci un interesse reale e forte era il noir che abbiamo già
raccontato attraverso Hinc. Preferiamo
però concentrarci sull’uscita di tre-quattro titoli all’anno che potrebbero
anche essere di genere, ma che abbiano comunque qualcosa di importante da
raccontare. Nella seconda parte dell’anno uscirà una nuova collana per ragazzi, sempre di
narrativa perché l’idea rimane quella di raccontare delle storie ma con un
taglio diverso e che potrebbe quindi diventare un genere specifico, appunto
quello per ragazzi.
È
stata sua l’idea di fondare il ‘Circolo di lettura
Walter Mauro’?
È stata un’idea condivisa con Mariacarmela.
L’obiettivo era quello di aprirsi all’esterno perché pensiamo che la casa
editrice debba stare vicina al pubblico, agli autori, agli scrittori, a
chiunque voglia farne parte. Ci sembrava adatto almeno una volta al mese
aprirci ai libri degli altri, dar loro uno spazio per incontrarsi con i lettori per la
presentazione delle loro opere. Il nostro scopo era quello di ospitare
scrittori, coinvolgerli e creare una sinergia con il pubblico.
Avete
mai aperto dei concorsi di scrittura?
Li abbiamo fatti per diversi anni anche con l’idea
di fare scouting, ora non ce ne occupiamo più. Autori però come Gabriele
Santoni o Giuseppe Rizzo sono usciti dai concorsi che abbiamo organizzato. Ora
pensiamo che si debba trovare una formula differente, delle caratterische nuove
altrimenti è un meccanismo che ha perso la sua efficacia.
Per
la pubblicazione dei vostri libri vi affidate ai testi che vi arrivano per mail
o attraverso lo scouting?
Sia per scouting e leggiamo quello che riceviamo
tramite mail. Negli ultimi anni lavoriamo in sinergia con nuove agenzie letterarie
,con agenti giovani che stanno portando una ventata di novità nel settore. Sono
degli interlocutori preziosi perché conoscono il nostro catologo e ci fanno
delle proposte interessanti.
Consigli
per gli editori che vogliono aprire una casa editrice?
Adesso è più difficile perché nel 2005, soprattutto
a Roma, l’editoria ha vissuto un momento magico inziato nel ‘95 e proseguito
per molti anni. Siamo partiti con piccole risorse, oggi serve un investimento
più grande e delle nuove idee, una visione diversa. Mi auguro che arrivino
nuovi editori con progetti differenti e spero sempre che lo spazio si allarghi
per arricchire il progetto e il ragionamento intorno ai libri.
Da
quanto tempo partecipate al Salone Internazionale del libro di Torino?
Da sempre, tranne per il primo anno perché eravamo
nati troppo tardi e non potevamo iscriverci. Credo che rappresenti una sfida
importante quest’anno, soprattutto per noi editori indipendenti che abbiamo
sostenuto il Salone portando avanti il progetto perché l’obiettivo è che continui,
che abbia una sua storia.
La
casa editrice offre l’opportunità di partecipare a corsi di editoria, scrittura
creativa e giornalismo culturale. Da quando avete iniziato?
Abbiamo iniziato subito nel 2006 perché pensiamo che
la formazione sia un elemento importante che ci ha consentito di trasmettere
quello che avevamo imparato e perché tanti che vi hanno partecipato hanno
continuato a lavorare nel settore.
Ringrazio ancora Giulio Perrone per questa intervista e colgo l'occasione per segnalarvi anche il suo ultimo libro uscito per la casa editrice Rizzoli Consigli pratici per uccidere mia suocera.
A presto!
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